Scuola Media di Crodo, Classe 3^ B

LA PRODUZIONE DI ENERGIA IDROELETTRICO: INTRODUZIONE

centrale idroelettricaAgli inizi del ‘900 gli importanti progressi tecnici che hanno reso facilmente trasportabile l’energia elettrica favoriscono un rapido sviluppo di produzione e consumi. Fino alla fine degli anni ’60 l’energie consumata in Italia era prodotta per il 90% dalle centrali idroelettriche. Oggi la quota è scesa a meno del 15%. Le nostre vallate, ricche di acque e forti dislivelli, rappresentano un ambiente particolarmente favorevole per la produzione del “carbone bianco”, la linfa della seconda rivoluzione industriale. Nel 1906, Ettore Conti, ingegnere milanese della società Edison, effettuò un sopralluogo in Ossola… cercando di non dare nell’occhio; pochi mesi dopo costituì la società Imprese Elettriche Conti che acquisterà dallo Stato la concessione per lo sfruttamento delle acque del fiume Toce e dei suoi affluenti. 
Nel giro poco più di 20 anni, su progetto dell’architetto Piero Portaluppi, genero del Conti, la nuova società costruirà le prime importanti centrali: Verampio, Crego, Valdo, Sottofrua, Crevoladossola, Cadarese. L’Ossola di quegli anni diventò un cantiere: furono costruite ardite strade; perforate montagne; sbarrate valli con mura ciclopiche di terra, pietra, cemento: tutto questo cambiò irrimediabilmente il paesaggio alpino e con esso il modo di vivere di molti montanari. Furono cancellati pascoli, sommersi villaggi e distrutti alpeggi; il caso più emblematico fu sicuramente quello di Agaro, un antico insediamento Walser, il più piccolo e il più elevato (1561 metri slm) comune della provincia di Novara. La vita della piccola comunità era stata per sette secoli cadenzata dall’avvicendarsi delle stagioni e dal duro lavoro di donne e uomini tenaci e coraggiosi; l’unica ricchezza era la produzione di burro e formaggio. Le strade non erano che sentieri tagliati nella roccia: tre ore di cammino per giungere a Baceno per sposarsi, battezzare i figli, seppellire i morti, comprare il sale e pagare le tasse: neppure asini e muli potevano essere d’aiuto.
Nel 1926 la Società Conti venne assorbita dalla più grande società privata Edison che decise di realizzare un invaso di 20 milioni di metri cubi in quella sperduta vallata. Il destino di questa piccola comunità di 100 abitanti era segnato: nel 1938, nonostante proteste e rinvii, dopo tre anni di intenso lavoro le povere case di Agaro scomparvero sommerse per sempre.
Anche le valli Veglia e Devero hanno rischiato di fare la stessa fine; "fortunatamente", però, i terreni non erano sufficientemente impermeabili. 
In quegli anni il genio architettonico di Portaluppi realizzò le fabbriche del carbone bianco, utilizzando materiali e tecniche costruttive in sintonia con il contesto ambientale locale. Le centrali ossolane di quel periodo sono architettonicamente molto apprezzate per le caratteristiche strutture monumentali che richiamano castelli e templi orientali. Le valli ossolane hanno sacrificato molto sull’altare dello sviluppo idroelettrico; il carbone bianco, tuttavia, ha favorito lo sviluppo economico, culturale e imprenditoriale di questo estremo lembo d’Italia.

Scuola Media di Varzo, Classi 3^ A e 3^ B

LO SFRUTTAMENTO IDROELETTRICO DELLE VALLI OSSOLANE

A partire dai primi anni del XX secolo l’ambiente naturale delle vallate ossolane subì significative trasformazioni a causa della politica di sfruttamento dell’energia idroelettrica, una politica attuata già dal governo Giolitti e proseguita più massicciamente, nel primo dopoguerra, durante il regime fascista, quando si parlò addirittura di interessi per il “bene supremo della nazione”.
Dai vasti ghiacciai, grazie al notevole dislivello delle pareti delle valli, si convogliarono ingenti quantità di acqua in invasi appositamente realizzati: l’Italia unita non poteva rimanere nel suo stato di arretratezza economica e l’energia idroelettrica era necessaria per la grande industria del nord del Paese. Che poi a rimetterci fossero per primi le popolazioni locali e la bellezza del paesaggio, a ben pochi importava!
Oggi l’Ossola appare costellata di dighe più o meno imponenti in tutte le sue valli. Nell’ambito del Parco Veglia – Devero le dighe principali sono quelle dei laghi di Agaro, Codelago e D’Avino, oltre alla più recente diga di Gebbo, sul corso del torrente Cairasca, visibile dal bivio che permette di raggiungere Trasquera lungo la strada da Varzo a San Domenico. Le centrali idroelettriche principali sono invece situate a Iselle, Varzo, Devero e Goglio.

Le prime dighe: Codelago e il lago D’Avino

centrale idroelettricaLa diga del Codelago, oggi facilmente raggiungibile all’Alpe Devero, venne costruita a partire dal 1910. Prima esisteva già un invaso naturale, ma con la costruzione dello sbarramento artificiale il livello delle acque venne innalzato di ben 14 metri. Per la costruzione dell’opera furono impiegati ponteggi in legno e modeste attrezzature di trasporto e di posa in opera. Il trasporto del cemento avveniva a spalla d’uomo o con animali da soma. La capacità di invaso è di 17 milioni di metri cubi e l’impianto serve ad alimentare la sottostante centrale di Goglio durante i periodi più secchi. 
Il nome di Codelago deriva dall’espressione dialettale Lac d’ co’ d’ lag, ossia Lago in capo al lago. Tale espressione era derivata dal nome con cui veniva indicato un gruppetto di casere poste sulla riva settentrionale. Scomparso invece il termine Quadlach, con cui si indicava il lago un tempo.
Prima dell’avvento delle dighe, il Codelago era il terzo bacino naturale ossolano, preceduto solo dal Kastel (Val Formazza) e dal lago di Antrona (Valle Antrona).
A 2234m di altezza, sopra la conca dell’Alpe Veglia, ai piedi del versante est del Monte Leone, esisteva un piccolo specchio d’acqua, il lago D’Avino. Durante l’età giolittiana, la continua necessità di energia condusse alla costruzione di uno sbarramento, con la conseguente formazione di un bacino idroelettrico, profondo circa 30m e con una superficie di quasi 4 kmq. A sud est dello specchio d’acqua invece si stende la piana D’Avino, un altopiano desolato e desertico cosparso qua e là di piccole pozze d’acqua: naturalmente un simile paesaggio non poteva che accendere strane fantasie nell’immaginario collettivo degli abitanti della valle. 
La diga venne costruita dal 1911 al 1913 e innalzata ulteriormente nel 1918, per creare un bacino della capacità di 6,5 milioni di metri cubi d’acqua, con cui alimentare la centrale idroelettrica di Varzo. Per la costruzione della diga furono spaccati, lavorati e impilati manualmente oltre 33.000 mc di roccia. 
Il nome del lago ha una storia curiosa: il primo toponimo accertato è Lago D’Arvina (“lago della rovina”), con riferimento alla pietraia che dal Monte Leone scende al lago medesimo, quindi il nome variò grafia in Lago Divino, per poi passare a Lago di Vino prima di giungere alla forma attuale.

Una triste storia: la diga di Agaro

Come già ricordato nei paragrafi precedenti, il caso di Agaro è il più emblematico degli sconvolgimenti arrecati all’ambiente naturale dalle politiche di sfruttamento idroelettrico nella zona. 
Quando fu forzosamente abbandonato contava 104 abitanti, aveva un sindaco, un parroco, una chiesa dedicata a San Giovanni Battista e una scuola con tanto di maestro elementare: negli anni Trenta però venne letteralmente sacrificato al bisogno di energia di un’Italia ormai votata all’autarchia. In realtà Agaro, Premia e Salecchio erano già stati aggregati al territorio di Baceno durante l’età napoleonica, per ritornare subito comuni autonomi dopo la caduta del tiranno francese. Il governo fascista però, a partire dal 1927, intraprese una politica di accorpamento tra i comuni più piccoli, che in questo caso si tradusse nell’unione di Agaro e Salecchio con Premia (Regio Decreto del 6 settembre 1928). In particolare appare poco chiaro il motivo dell’accorpamento tra Agaro, comune della Val Devero, e Premia.
I lavori per l’invaso artificiale iniziarono nel 1936, per concludersi nel 1938. La diga entrò a pieno regime due anni più tardi. Intanto gli abitanti del minuscolo comune dovettero andarsene e vedere il loro paese sommerso dalle acque, dopo che per sette secoli era stato la sede di una delle più orgogliose colonie walser. Oggi di quella piccola comunità non rimane che la punta del campanile che emerge dalle acque lacustri in primavera, quando il livello dell’invaso si abbassa. La diga si presenta come un possente muraglione alto 57 m, creando così uno sbarramento artificiale di 20 milioni di metri cubi.

Ultimo aggiornamento: 01/07/2018 ore 13:16:14

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