Scuola Media di Varzo, Classe 1^ A

ALPE VEGLIA - l’origine della ricerca: i ritrovamenti

All’entrata nella conca dell’Alpe Veglia nel luogo chiamato Cianciavero, a 1750 metri di altitudine, due archeologi, tra i quali il signor Angelo Ghiretti, durante una passeggiata, notarono degli strani frammenti nel solco lasciato dalle ruote di un trattore. Il loro occhio esperto non tardò ad accorgersi che si trattava di manufatti di cristallo risalenti ad un’epoca remota. Questo ritrovamento diede inizio a numerosi studi che proseguono tuttora, coi quali si è giunti alla scoperta di un insediamento umano risalente circa all’VIII millennio a.C., il periodo chiamato “Mesolitico”, o “età della pietra intermedia”.

Stanziamento

MegalitiL’aspetto fisico dell’Alpe Veglia ci suggerisce la sua origine glaciale. Quella che adesso è una bellissima e ampia distesa di pascoli, è stata ricoperta a lungo dal ghiaccio dell’era Quaternaria. Circa 20.000 anni fa, l’Ossola e le sue valli sono state ricoperte da uno spessissimo strato di ghiaccio. Il successivo aumento della temperatura causò lo scioglimento del ghiacciaio e la formazione di un lago, ampio e profondo. Questo lo si è capito grazie all’analisi fatta dai geologi nelle profondità della conca.
Successivamente, il lago fu attorniato da una ricca cornice di boschi. I preistorici scelsero proprio la riva di questo lago delle Alpi Lepontine per accamparsi; l’acqua è, infatti, fonte di vita e questo dovevano saperlo molto bene anche loro. 
La disposizione a circolo delle pietre rinvenute negli scavi del Cianciavero, testimonia l’usanza di accendere il fuoco, probabilmente per cucinare, per riscaldarsi e difendersi dalle bestie feroci.
Al termine dell’estate, all’arrivo dei primi freddi, l’accampamento si abbandonava per raggiungere il fondovalle, più adatto per trascorrere l’inverno e parte della primavera, per poi risalire in montagna appena la neve lo permetteva. La via d’accesso è quella che il torrente Cairasca ha creato tra le rocce a sud-est del Veglia, completamente ostruito dalle nevi in inverno, praticabile, quindi, solo in estate. All’inverno non sarebbero sopravvissuti, con le temperature rigidissime, l lago gelato e la mancanza di animali da cacciare. Si trattava, quindi, di popoli seminomadi.

Le attività

ScaviAll’interno del gruppo stanziato ai bordi del lago, si assisteva probabilmente ad una suddivisione dei compiti: un’ipotesi dimostrata dal ritrovamento di numerosi oggetti raggruppati in posti diversi.
Le numerose schegge di quarzo e di selce che sono emerse dagli scavi archeologici seguiti al ritrovamento della prima punta di quarzo nel 1986, lasciano pensare che l’accampamento fosse il luogo in cui si lavorassero i materiali che gruppi di uomini trovavano nelle rocce circostanti, come sul Monte Leone. La roccia del Monte Leone è certamente più adatta a costruire punte resistenti di quanto lo sia la roccia delle altre montagne che attorniano l’alpeggio. Le punte di quarzo, quindi, erano più ricercate, perché più resistenti. 
Sono proprio i manufatti in quarzo che costituiscono l’originalità del sito archeologico del Veglia: in nessun’altra parte del resto delle Alpi è possibile trovarli in così grande quantità.
I primi uomini fissavano le punte su lance e frecce che utilizzavano per pescare e per cacciare nei boschi intorno. Per queste operazioni si utilizzava anche resina e cera d’api. Tutto ciò che veniva pazientemente e abilmente creato con il quarzo, ma non utilizzato, poteva essere barattato. 
Anche le donne partecipavano attivamente alla vita del villaggio, il loro compito era quello di masticare le pelli per renderle più lavorabili. Le pelli si utilizzavano per legare tra loro le pelli stesse o le armi, o gli abiti, ma anche per creare una fattispecie di pentola che, una volta sul fuoco, si induriva e diventava quasi impermeabile! Le donne, poi, raccoglievano le bacche, le radici, le erbe commestibili e tutto ciò che l’ambiente offriva loro sia per l’estate sia per l’inverno. 
E’ probabile che si occupassero anche della costruzione e del mantenimento dei ripari, costituiti da pali, dei quali sono stati individuati i buchi nel terreno, da rami, foglie e, naturalmente, pelli.

Tecniche di lavorazione

La selce: deve essere preparata spaccando il ciottolo per ottenere una superficie piana da cui staccare le lame.
Il quarzo: non necessita di preparazione, ma è già pronto naturalmente alla scheggiatura. Attraverso l’uso di un percussore, di legno o di osso, si staccano piccole schegge, poi lavorate a parte: questa è la tecnica del “ritocco”. Selce e cristallo potevano essere troncate per ottenere una punta e uno scarto detto “microbulino”, una specie di coltellino. La forma che accomuna le “armi” del Mesolitico è quella geometrica. I manufatti in pietra (armi, ma anche raschiatoi e grattatoi) data la loro dimensione ridotta, richiedevano di essere installati su supporti in legno o osso, poiché era impossibile tenerli in mano in altro modo.

La caccia e la pesca

BoscoSe la pesca era difficoltosa perché l’attrezzatura non era molto adeguata, la caccia lo era molto di più. Caccia e pesca erano le attività quotidiane degli uomini, quelle che permettevano di vivere, veniva fatto quindi ogni sforzo per migliorare la tecnica. Un grande passo avanti venne sicuramente compiuto con l’invenzione del propulsore: un attrezzo di legno che permetteva di lanciare le frecce più lontano e con più precisione. La caccia, infatti, era pericolosa perché i cacciatori dovevano avvicinarsi parecchio alla preda, con il rischio di farsi notare: a quel punto o la preda scappava lasciando il cacciatore a mani vuote o lo assaliva. Sul propulsore, legato al polso del cacciatore, era posta la freccia; sia il propulsore sia la freccia venivano lanciati, ma il propulsore restava al cacciatore. 
La cattura di cervi camosci, molto presenti intorno all’Alpe Veglia, era molto desiderata: ci si nutriva a lungo con un animale di quella taglia!
Si può pensare che, durante le battute di caccia, gli uomini raccogliessero materiali che sarebbero stati poi trasformati in armi, e che i ricercatori di quarzo cacciassero durante la loro esplorazione.

Altri siti 

Il ritrovamento di un cristallo a forma di trapezio ci fa pensare che i cacciatori preistorici dell’Alpe Veglia si siano spinti fino ai 2300 metri del Pian d’Erbioi. Le tracce di un altro insediamento sono state individuate all’altezza del Pian dul Scricc, poco sopra l’Alpe Veglia, a quota 1950 metri. 

BIBLIOGRAFIA

  1. Il testo ARMI DI CRISTALLO, curato da Angelo Ghiretti, Filippo Maria Gambari e Antonio Guerreschi. Una pubblicazione del Parco Naturale Veglia - Devero in collaboorazione con la Comunità Montana Valle Ossola.
  2. Il testo I CACCIATORI PREISTORICI DELL'ALPE VEGLIA con il relativo schedario didattico, a cura del Prof. Paolo Crosa Lenz, con la presentazione del Prof. Filippo Maria Gambari. Edito in proprio.
  3. La relazione presso la scuola media di Varzo tenuta dal Prof. Filippo M.Gambari, Archeologo Direttore Coordinatore presso la Soprintendenza ai Beni Archeologici del Piemonte
  4. La visita guidata dal Prof. De Negri alla sede del Parco Veglia Devero a Varzo.

Ultimo aggiornamento: 01/07/2018 ore 13:08:39

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